La
maggior parte delle traduzioni di testi
dalla lingua araba nelle lingue europee
tendono ad essere eccessivamente
letterali. Invece esistono termini
arabi che implicano tutto un mondo di
concezioni ed esperienze che non trovano
facilmente il proprio equivalente
terminologico preciso ed adeguato nella
lingua nella quale si traduce. Uno di
questi termini ostici per i traduttori è
"Shirk", il quale risulta
essere uno dei termini più importanti e
basilari della religione (Din)
dell'Islam. Le traduzioni che
abitualmente incontriamo di Shirk, ovvero
associazionismo o idolatria, riflettono
assai vagamente l'importanza di questo
concetto nella civilizzazione islamica.
Quando in una lingua europea leggiamo che
ai musulmani "è proibito associare
ad Allah alcunché" e che la cosa
più abominevole consiste nello scivolare
nell'idolatria, ebbene, o non si capisce
cosa vogliano significare i musulmani con
tale espressione, oppure si ritiene che
l'Islam non riguardi altro se non cose
obsolete per la nostra epoca.
Ciò che s'intende comunemente per
"Idolatria" è il culto delle
pietre e degli alberi, in tal caso
si vede come la "faccenda"
sia ora completamente superata
dallo spirito umano. Ancor peggio risulta
l'intelligibilità del termine
"associazionismo". I musulmani
dovrebbero essere più cauti quando
traducono, per non infrangersi su
ostacoli che |
|
rendono
il Din dell'Islam privo della sua
autenticità e forza.
Se non si riesce a spiegare
adeguatamente nelle lingue europee
uno qualsiasi dei termini della visione
islamica - in questo caso Shirk -
è
preferibile evitare parole che
impoveriscono intellettualmente il
concetto o lo rendono antiquato,
cristianizzato o semplicemente
incomprensibile.
Se Shirk è uno dei termini chiave
nell'Islam perché allora non lasciarlo
direttamente in arabo? I buddisti fanno
altrettanto senza che nessuno si
scandalizzi per "mandala" o
"sutra" ed
anche i taoisti con "yin
-yang" o "tao". Chiunque
studi orientalistica sa che cos'è un
"satori" o un
"mondo" ed infatti
non vengono tradotti con
"estasi mistica" o
"dialogo col maestro
spirituale". Tuttavia i musulmani
devono rassegnarsi al lavoro degli
arabisti meno aggiornati che rendono
l'espressione "fare salat" con
"pregare", chiamano la
khutba "omelia",
fino a definire lo
"zhikr" come
"dire giaculatorie".
Quando si respingono le traduzioni
"cristianizzate" dell'Islam al
fine di preservare la originalità e
autenticità di un messaggio diverso da
quello cristiano, non vuol dire che si è
a priori contro la traduzione nelle
lingue europee di tutti i concetti della
dottrina islamica, cosa che farebbe
dell'Islam una materia tanto difficile da
comunicare nelle altre culture da
renderne impossibile una |
|
conoscenza
diretta. Al contrario si deve
sottolineare quanto l'abuso di un
linguaggio distinto da quello dei nostri
connazionali ci relega in un ghettoun ghetto nel
quale volontariamente finiremmo per
porci, dal momento che la sola
accettazione da parte nostra dell'Islam
non ci fa superiori rispetto alla gente
che ci circonda ma è solo un gesto che
presuppone il principio di trasformazione
radicale di tutto il nostro essere.
Credere che ciò che renda differenti,
anzi che renda migliori, sia il mutarsi
in arabi piuttosto che divenire dei
musulmani europei, sarebbe la peggiore
dimostrazione (Dawa) della nostra
fede che si
potrebbe fare.
Questo abuso di termini arabi in alcuni
musulmani, comporta di conseguenza
l'errato pensiero in coloro che gli sono
accanto che l'Islam abbia preteso di
staccarlo dal proprio ambiente, farne un
estraniato un diverso o renderlo un
settario nel peggior significato.
Per la verità è esattamente il
contrario, l'Islam è ciò che è in
grado di radicare di più un uomo
nel proprio ambiente, è ciò
che riesce a collocare al meglio le
sue potenzialità nella realtà. Dunque
si può e si deve fare uno sforzo di
sintesi tra le due posizioni, quella di
tradurre e quella di mantenere
l'espressione araba. Occorre far
comprendere il significato di un termine
quando si usa la parola araba qualora non
se ne trovi una corrispondente, |
|