N.1                                                      ISLAMICA                                      pag. 5 
     

 

     
 


SHIRK
di
Abdul Mumin Aya

 
     
La maggior parte delle traduzioni di testi dalla lingua araba nelle lingue europee tendono ad essere eccessivamente letterali.  Invece esistono termini arabi che implicano tutto un mondo di concezioni ed esperienze che non trovano facilmente il proprio equivalente terminologico preciso ed adeguato nella lingua nella quale si traduce. Uno di questi termini ostici per i traduttori è "Shirk", il quale  risulta essere uno dei termini più importanti e basilari della religione (Din) dell'Islam. Le traduzioni che abitualmente incontriamo di Shirk, ovvero associazionismo o idolatria, riflettono assai vagamente l'importanza di questo concetto nella civilizzazione islamica. Quando in una lingua europea leggiamo che ai musulmani "è proibito associare ad Allah alcunché" e che la cosa più abominevole consiste nello scivolare nell'idolatria, ebbene, o non si capisce cosa vogliano significare i musulmani con tale espressione, oppure si ritiene che l'Islam non riguardi altro se non cose obsolete per la nostra epoca.
Ciò che s'intende comunemente per "Idolatria" è il culto delle pietre  e degli alberi, in tal caso si vede come la "faccenda" sia  ora completamente superata dallo spirito umano. Ancor peggio risulta l'intelligibilità del termine "associazionismo". I musulmani dovrebbero essere più cauti quando traducono, per non infrangersi su  ostacoli che
rendono il Din dell'Islam privo della sua autenticità e forza.
Se non si riesce a spiegare
adeguatamente nelle lingue europee  uno qualsiasi dei termini della visione islamica - in questo caso
Shirk - è
preferibile evitare parole che
impoveriscono intellettualmente il concetto o lo rendono antiquato, cristianizzato o semplicemente incomprensibile.
Se Shirk è uno dei termini chiave nell'Islam perché allora non lasciarlo direttamente in arabo? I buddisti fanno altrettanto senza che nessuno si scandalizzi per "mandala" o "sutra"   ed anche  i taoisti con "yin -yang" o "tao". Chiunque studi orientalistica sa che cos'è un "satori"  o un "mondo"   ed infatti non vengono tradotti con   "estasi mistica" o "dialogo col maestro spirituale". Tuttavia i musulmani devono rassegnarsi al lavoro degli arabisti meno aggiornati che rendono l'espressione "fare salat" con "pregare", chiamano la khutba  "omelia",  fino  a definire  lo "zhikr"  come  "dire giaculatorie".
Quando si respingono le traduzioni  "cristianizzate" dell'Islam al fine di preservare la originalità e autenticità di un messaggio diverso da quello cristiano, non vuol dire che si è a priori contro la traduzione nelle lingue europee di tutti i concetti della dottrina islamica, cosa che farebbe dell'Islam una materia tanto difficile da comunicare nelle altre culture da renderne impossibile una
conoscenza diretta. Al contrario si deve sottolineare quanto l'abuso di un linguaggio distinto da quello dei nostri connazionali ci relega in un ghettoun ghetto nel quale volontariamente finiremmo per porci, dal momento che la sola accettazione da parte nostra dell'Islam non ci fa superiori rispetto alla gente che ci circonda ma è solo un gesto che presuppone il principio di trasformazione radicale di tutto il nostro essere. Credere che ciò che renda differenti, anzi che renda migliori, sia il mutarsi in arabi piuttosto che divenire dei musulmani europei, sarebbe la peggiore dimostrazione  (Dawa) della nostra fede che si potrebbe fare.
Questo abuso di termini arabi in alcuni musulmani, comporta di conseguenza l'errato pensiero in coloro che gli sono accanto che l'Islam abbia preteso di staccarlo dal proprio ambiente, farne un estraniato un diverso o renderlo un  settario nel peggior significato.
Per la verità è esattamente il contrario, l'Islam è ciò che è in grado di radicare di più un uomo nel  proprio ambiente,  è ciò che riesce a collocare al meglio  le sue potenzialità nella realtà. Dunque si può e si deve fare uno sforzo di sintesi tra le due posizioni, quella di tradurre e quella di mantenere l'espressione araba. Occorre far comprendere il significato di un termine quando si usa la parola araba qualora non se ne trovi una corrispondente,